Mentre prosegue al Bonsignori di Remedello l’incontro degli studenti del Centro professionale (nella gallery le foto della prima giornata) con i temi della salute e della sicurezza sul lavoro sviluppati a partire dall’installazione della CISL dedicata alle vittime degli infortuni mortali nel bresciano, il quotidiano digitale BresciaToday ha pubblicato nei giorni scorsi un ampio resoconto del passaggio della mostra nella sede della Facoltà di Ingegneria dell’Università degli studi.
La mostra itinerante sulle morti sul lavoro
“Si muore per risparmiare tempo o fatica”
Nell’atrio della facoltà di Ingegneria a Brescia sono arrivati, la scorsa settimana, 48 pannelli. Sono alti come una persona, l’effetto visivo è quello di un capannello in attesa. Dicono: “Io ero Armando”. “Io ero Mario”. “Io ero Nazmi”. “Io Ero” è la mostra itinerante ideata dalla Cisl di Brescia per tenere accesi i riflettori sul problema delle morti sul lavoro: ogni pannello è dedicato a una vittima di questa strage silenziosa e persistente. Presentata per la prima volta nella sede provinciale della Cisl, l’esposizione ha iniziato a girare le scuole della provincia, accompagnando gli incontri con gli studenti per affrontare un tema che sembra lontano, ma tocca tutte e tutti.
Dalle aule delle superiori, il progetto ha raggiunto l’università: a ottobre dello scorso anno è entrato nella sede di Giurisprudenza dell’Unibs, mentre la scorsa settimana è approdato a Ingegneria. Qui, l’incontro sulla sicurezza sul lavoro si è inserito nel laboratorio di Organizzazione e Strategia d’Impresa della professoressa Mariasole Bannò, parte della magistrale in ingegneria gestionale. “Parlare di questi temi ai futuri ingegneri è importantissimo: per questo ho voluto l’incontro nel mio corso”, ha spiegato. “Di solito incontriamo gli studenti delle quinte”, ha aggiunto Paolo Reboni, segretario generale di Cisl Brescia. “È un lavoro lungo: i ragazzi spesso si sentono distanti dal mondo del lavoro. Noi portiamo loro testimonianze dirette, perché possano riconoscersi”.
Perché chiunque potrebbe avere un amico, un parente, un partner come Nazmi, Armando o Mario. Erano uomini e donne, giovani e meno giovani, italiani e stranieri, con contratti regolari o precari. Lavoravano in agricoltura, logistica, edilizia, metalmeccanica, trasporti. A unirli, una fine tragica: alcuni sono morti in un incendio, altri precipitando da un palazzo, altri ancora colpiti, schiacciati, folgorati. “Tutte erano evitabili”, ha sottolineato Francesco Martinelli, rappresentante per la sicurezza delle piccole imprese, “e si riconducono a due motivi: risparmiare tempo o fatica, a volte da parte delle aziende, altre dei lavoratori”.
A dare concretezza a questo avvertimento arrivano le storie di chi alla morte è sfuggito per un pelo. A Fall Moustapha, per esempio, è successo ventisei anni fa, quando lavorava in una fonderia in Valle Sabbia. “Era novembre, un freddo terribile, turni massacranti: dalle 4 a mezzogiorno, da mezzogiorno alle 20, dalle 20 alle 4. E gli straordinari, anche il sabato. Ti alzi alle 2.30, ti prepari, arrivi 15 minuti prima”, ha esordito, descrivendo una routine estenuante che accomuna tanti operai. “Una di quelle freddissime mattine sono arrivato, ho parcheggiato, mi sono cambiato ed entrato. Ho controllato con il mio responsabile, tutto sembrava a posto. Alle 4 è partita la produzione, ma dopo mezz’ora mi sono accorto che mancava un pezzo. La procedura dice: ferma la macchina”.
L’isola di lavoro era imponente: “Una pressa, un forno a 700 gradi, un robot. Ho fermato tutto, messo il cartello ‘guasto’, aperto la porta con i dispositivi di sicurezza. Sono entrato per prendere il pezzo incastrato nello stampo, grande il doppio di me. L’ho tolto con un martello, ma la macchina si è chiusa dietro di me”. La tensione nel suo racconto è palpabile: “Non ho avuto tempo di pensare. Fortunatamente sapevo come funzionava la macchina e ho capito che l’unico modo per salvarmi sarebbe stato buttarmi sotto la pressa, in 56 cm di liquido lubrificante. Mi sono graffiato la schiena coi tubi di raffreddamento, ho sentito il calore del metallo fuso, poi il pistone ha spinto. Quando si è riaperta, un collega mi ha tirato fuori”.
Salvo per un soffio, ricoverato per mesi, Mustafà è poi potuto tornare al lavoro. “Perché è successo? La fretta. L’attrezzista di turno, che viene pagato in base alla produzione, ha tolto il blocco e fatto ripartire la macchina”. La procura svolto delle indagini, ma Moustapha sapeva che non si era trattato di un’azione intenzionale: “Non voleva uccidermi: non mi aveva visto. Però senza la consapevolezza di come funziona la pressa oggi non sarei qui”. Il suo appello ai futuri ingegneri è un monito: “Nessuno merita di morire al lavoro. Tre morti al giorno in Italia sono inaccettabili. Voi, che siete l’eccellenza, dovete sensibilizzare: al lavoro non si può morire”.
Non tutte le storie che popolano la quotidianità dei cantieri e delle fabbriche sono drammatiche come quella di Fall Moustapha; ma non per questo celano meno pericolo. Nella gran parte dei casi, basta lasciarsi andare alla routine e sottovalutare il pericolo. A ricordarlo è Walter, che negli anni ’80 lavorava in un’azienda artigiana: “L’attrezzo meno pericoloso era un martello, non c’erano protezioni: un collega ha perso un dito, un altro è stato schiacciato, io ho cicatrici da scottature”. Un episodio lo segna ancora: “Saldando, non vedevo le scintille dietro di me. Hanno incendiato della segatura, sopra c’era un fusto di gasolio. Se fosse stata benzina, sarei morto”. La lezione è chiara: “Non avevo controllato intorno a me, invece l’attenzione deve essere sempre presente. Ripetiamo un lavoro mille volte, pensiamo ‘lo so fare bene’, ci rilassiamo. E rischiamo senza saperlo”. Sul rispetto delle regole, aggiunge: “Se dicono di indossare casco, occhiali, scarpe, o di non passare da un certo punto, c’è un motivo. Non sono lì per rallentare, ma per proteggerci”.
Le testimonianze di Mustafà e Walter aprono uno squarcio su una realtà che si traduce in numeri pesanti: “In provincia di Brescia, nel 2024, ci sono stati 15.279 infortuni, di cui il 12% invalidanti – persone che hanno perso un dito, un braccio, una gamba, la vista”, ha ricordato il responsabile del dipartimento Salute e Sicurezza di Cisl Brescia Giuseppe Sbarufatti. “E 41 infortuni mortali: 41 lavoratori usciti di casa la mattina e mai tornati”. Dati che pesano come un richiamo urgente: la sicurezza sul lavoro non è un’opzione, ma una necessità che richiede l’impegno di tutti, dai lavoratori ai futuri ingegneri, per trasformare una strage silenziosa in un ricordo del passato.
Jennifer Riboli