
IL LAVORO CAMBIA O STA SPARENDO?
di Gianni Bonfadini
Dunque, in sette anni sono spariti (o spariranno) 30mila bancari. Dodicimila dal 2013 ad oggi; altri 16mila da qui al 2020. Secondo i dati diffusi ieri dal sindacato, avremo 30mila addetti in meno in quello che, fino a qualche tempo fa, era un posto di lavoro considerato d’oro, dalla classica e inossidabile sicurezza, magari un poco «grigio» ma fra i meglio pagati del terziario.
Lavorare in banca ha sempre avuto il vantaggio dell’essere sicuri come lavorare al ministero, ma con stipendio quasi doppio.
Ovvio: su quel che accade alle banche italiane (ma in molte altre parti del mondo è già capitato) c’entra naturalmente la crisi che ha generato molti crediti difficili, ridotto i margini, affossato i bilanci eccetera eccetera.
Ma qui c’entra altro. C’entra, per dirla in maniera un po’ generica, che in banca ormai imperano l’on line, le app, l’algoritmo. Tutto o quasi si può fare da casa: aprire un conto corrente, gestirlo, pagare le bollette, verificare quel che si spende e quel che si deposita, comprare e vendere azioni e titoli.
Da qualche tempo si è robotizzata anche la consulenza finanziaria: consigli, suggerimenti, analisi su Borse o monete non le fa più un analista in carne ed ossa, ma un software. Non è futuro: è qui, una banca pubblicizza il nuovo servizio sulle nostre tv. E quindi e inevitabilmente, se in banca va meno gente e se molti servizi sono «automatici», affidati a software e algoritmi, le filiali si chiudono (4mila sportelli negli ultimi sei anni) e la gente viene messa in pensione o perde il posto.
I 30mila bancari senza posto sono in qualche modo emblema del lavoro che scompare per effetto essenzialmente delle cosiddette nuove tecnologie che ruotano attorno ad internet e alla robotica e che colpiscono quel che una volta era il settore che assorbiva i posti di lavoro che venivano a mancare nel manifatturiero grazie a quella che era la seconda (o terza) rivoluzione industriale: l’arrivo delle macchine prima e dell’automazione industriale poi.
Adesso si va oltre: sono i colletti bianchi a perdere posti, non più o non solo quelli blu; le macchine non entrano più nelle fabbriche per alleviare fatiche, adesso i software e gli algoritmi rubano mestieri intellettualmente gratificanti. È il Terziario sotto attacco. Non vale solo per i bancari. Ci sono – ci siamo – dentro tutti: avvocati, giornalisti, insegnanti, consulenti finanziari e non, interpreti, commercianti, taxisti, albergatori, camionisti o medici come racconta il problematico libro di Riccardo Staglianò «Al posto tuo!» e come abbiamo ricordato ieri sul giornale con la storia di Watson, il megacomputer che fa diagnosi mediche. Il malato ci guadagna, ma il lavoro si perde.
Tutti siamo a rischio. Entro mezzo secolo, i tre quarti delle attività che oggi facciamo saranno automatizzate. I robot per la casa – emblema e fantasma ad un tempo del nuovo – fra poco più di un anno verranno prodotti e venduti anche in Italia da un gruppo di scienziati genovesi ad un prezzo più che abbordabile. Robot, software, algoritmi, sensori: una tecnologia invasiva e affascinante che rischia di creare poche posizioni di alto livello e molte di basso profilo tagliando il grosso degli intermedi, della classe cosiddetta media. Come andrà lo si vedrà «solo vivendo» come cantava Lucio Battisti. Ma sin d’ora è bene cominciare almeno a ragionarci.
(dal Giornale di Brescia del 12 agosto 2016)