“Lavoravo in un’azienda dell’agroalimentare come impiegata nelle risorse umane. Dovevo fare 8 ore, ma erano sempre 12. Quando sono rimasta incinta del secondo figlio, non avendo l’appoggio di nessuno, ho dovuto prendere la decisione di restare a casa. L’azienda mi aveva proposto il part-time, ma conoscendo i ritmi lavorativi, non mi sono fidata. Comunque avrei avuto nessuno a cui affidare la bambina dopo la scuola o quando si ammala. Tornare a lavorare? Lo spero, quando la piccola avrà 6 anni”.
E’ la testimonianza di Marika, 40 anni, iscritta della Fai CISL provinciale, riportata questa mattina dal quotidiano Il Giorno in una pagina dedicata alla realtà del lavoro delle donne e alle difficoltà di conciliare occupazione e tempi di vita.
Il giornale riporta i dati del focus sul lavoro femminile di PoliS Lombardia: nel 2024 il tasso di disoccupazione femminile è stato del 4,3%, sotto la media italiana ed europea, ma oltre il 70% delle madri lavoratrici si è dimessa nei primi tre anni di vita del figlio, mentre per tante altre, quasi l’83%, la soluzione è ancora il part-time con riduzione di stipendio e minori possibilità di carriera.
“Il part-time è molto limitante – spiega nell’articolo Elisa Montanaro, operatrice politica sindacale della Valle Sabbia per la Fim CISL di Brescia- anche se sono le donne stesse a chiederlo, per poter conciliare la vita in famiglia, ma a volte anche per un senso di colpa in un contesto culturale in cui la cura è ancora per lo più a carico della donna”.
Il sindacato affronta il problema anche attraverso la contrattazione di secondo livello, aziendale o territoriale, e in alcune aziende sono stati aumentati i permessi per madri e padri, oppure si è puntato sulla rimodulazione dell’orario, per i genitori, ma ormai anche per i nonni. “Seguiamo un’azienda metalmeccanica che ha 100 donne su 230 dipendenti. – conclude l’operatrice della Fim CISL provinciale – Molte sono nonne, per cui abbiamo aggiunto permessi, ad esempio, per il primo giorno di scuola dei nipoti”.