Il boom dei “buoni lavoro” a Brescia. Ma non è tutt’oro quel che luccica
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Il boom dei “buoni lavoro” a Brescia. Ma non è tutt’oro quel che luccica

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Pubblicato il 19 Novembre 2011

Negli ultimi tre anni, in Italia, l’Inps ha venduto 24 milioni di “buoni lavoro” (o voucher, se preferite). A Brescia dal dicembre del 2008 ai primi giorni di novembre di quest’anno, le imprese agricole ne hanno acquistati oltre 130 mila, quasi 97 mila i servizi, 33 mila le attività di commercio. Sono i dati che pubblica questa mattina l’edizione Brescia del Corriere della Sera. A scrivere è Alessandra Troncana che apre il suo pezzo su questo particolare fenomeno del mercato del lavoro bresciano facendo riferimento a due storie concrete.

FRANCO E FEDERICO, LE DUE FACCIE DEI VOUCHER
“Franco ha il viso solcato da tanti inverni e le braccia nerborute di chi, per una vita, ha sollevato bancali. Ora che è in pensione – scrive il Corriere – si dedica alla passione di sempre, il Brescia. Sugli spalti, tuttavia, non si reca da tifoso ma da guardia, così arrotonda a fine mese. Come Federico, solo vent’anni. Tra un esame in facoltà e l’altro, piccoli lavori saltuari”.

A BRESCIA QUASI 500.000 VOUCHER IN TRE ANNI
In tre anni, i giovani e i pensionati bresciani che hanno fatto i commessi, i manutentori, i braccianti o le colf per qualche giorno, sono stati oltre 477 mila. “Il voucher – spiega l’articolo – costituisce una forma di retribuzione agevole per entrambe le parti coinvolte. Il datore di lavoro beneficia di prestazioni senza dover stipulare alcun contratto. E il dipendente gode di un compenso esente da ogni imposizione fiscale che non incide sullo stato di disoccupato o inoccupato”.

SE A RIMETTERCI SONO I GIOVANI
L’inserto Brescia del Corriere della Sera ha chiesto alla Cisl e in particolare a Paolo Reboni che da molti anni si occupa specificatamente per la Segreteria dei problemi del mercato del lavoro – se è tutt’oro quello che luccica. Purtroppo no. Riserve ce ne sono, perché se è vero che con i voucher “si disciplina il lavoro in nero, è altrettanto vero che si corre il rischio di trasformare il dipendente nel più precario dei precari. Il contratto a tempo determinato, a somministrazione e l’apprendistato vengono di fatto sostituiti dal lavoro a chiamata, senza alcuna tutela contrattuale. E i contributi versati sono irrisori”.

“Un problema che, se non incide sui pensionati – conclude il Corriere – può vessare i giovani. Specie se ne si abusa. Un voucher oggi, un voucher domani e le previsioni sull’occupazione futura si fanno nebulose, se non utopistiche”.