
Articolato in due sezioni, il volume raccoglie una quindicina di interventi fatti dallo studioso in occasione di incontri e convegni pubblici nel corso degli ultimi quindici anni. Non si pensi, però, a interventi fuori tempo e inattuali; al contrario i temi sono quelli dell’etica, della responsabilità sociale d’impresa, delle problematiche del welfare e della trasformazione socio economica della città. Si tratta di riflessioni fatte anni addietro, in tempi non sospetti, magari prima della crisi economica globale scatenata dai subprime (e un po’ di etica in più, e perché no, di morigeratezza, in quel caso, avrebbero aiutato) ma che non hanno assolutamente perso di attualità.
Provasi richiama la classe dirigente – politici, imprenditori e persone di cultura e di scienza – a prendere coscienza di una sorta di destino comune. “Siamo tutti sulla stessa barca” dice invitando a prenderne consapevolezza, così come del fatto che abbiamo le risorse (economiche, sociali e culturali) per uscirne.
Nei brevi saggi c’è la trasformazione della città: economica innanzitutto, dalla città fordista a quella della piccola e media impresa. Sociale di conseguenza. E, inevitabilmente, anche fisica. Nei suoi pensieri c’è il richiamo al territorio, ai flussi globali che con esso impattano e interagiscono, alla rete di legami da valorizzare interna alla città e tra città vicine. Provasi insiste sulla necessità di costruire mete condivise in grado di “orientare il futuro”. Riflette sulla leadership ma anche sulla necessità di ricercare percorsi inediti di partecipazione.
Il problema è che, al di là delle difficoltà oggettive globali e nazionali, per Provasi “quella che più è mancata a livello locale è stata la capacità di alimentare un confronto vero e partecipato sul futuro della città e della provincia”. Una difficoltà che riflette “la frattura” mai ricomposta tra la cultura di stampo storico-umanistico e quella di carattere tecnologico-materiale. (…)
Provasi invita a “rivalorizzare lo spazio del confronto”. “Ma perché questo processo possa dispiegarsi con successo – scrive – è necessario che le forze riformiste riscoprano la dimensione sociale (e non solo statuale) della politica, evitando di cadere sia nel comunitarismo di ritorno coltivato dalla destra che nel rischio di una qualche riedizione (seppure in tono minore) di stato etico”.