Arriva alla Cisl per un’esperienza di qualche mese. A conti fatti ci rimane per più di quarant’anni. Nato a Brescia nel 1945, formatosi al sociale nelle Acli degli anni Settanta, in un periodo carico di novità, di difficoltà e di speranze, nel sindacato si occupa inizialmente dei lavoratori del settore socio sanitario, ai quali si aggiungono poi quelli del pubblico impiego. Della Fisos di Brescia è stato Segretario generale dal 1984 al 1996. Ha fatto poi un’esperienza di segretario regionale della categoria, mentre a Brescia è stato anche componente della Segreteria dell’Unione. In pensione alla fine degli anni Novanta, è stato eletto Segretario generale della Fnp, incarico che ha lasciato nel 2007 per entrare nella Segreteria regionale dei pensionati Cisl.
Agli inizi degli anni ’70, a 18 anni, ho iniziato a lavorare presso una Ipab, le istituzione pubbliche di assistenza e beneficenza, dove ho fatto prima il dattilografo e poi l’impiegato di concetto; era da poco deceduto mio padre, ho dovuto interrompere gli studi diurni frequentando invece i corsi serali. Venivo dall’oratorio dove militavo anche nelle Acli e, proprio tramite le Acli, ho conosciuto una sera, in un dibattito sullo Statuto dei lavoratori, il compianto avvocato Manerba, allora segretario dei dipendenti degli Enti locali e uno dei legali della Cisl di Brescia. Mi interessavo del sociale con il dibattito e l’impostazione delle Acli degli anni
’70, un periodo di grande fermento: c’era stato Livio Labor e la battaglia per la fine del collateralismo con la Dc e da poco era stato eletto alla presidenza Emilio Gabaglio; c’era stato il convegno di Vallombrosa e le Acli, per prime, sostenevano il rilancio dell’unità sindacale.
L’incontro con la Cisl
Ho conosciuto in quel periodo il movimento sindacale e la Cisl di Brescia. Fu proprio l’avvocato Manerba che mi presentò l’allora Segretario della Cisl bresciana Melino Pillitteri, il quale, poco tempo dopo, mi chiese di fare un’esperienza alla Cisl seguendo i lavoratori del settore dove stavo lavorando, l’allora amministrazione degli orfanotrofi e delle pie case di riposo di Brescia, tra le quali “Casa di Dio”, una istituzione per anziani, che mi aveva assunto dopo un regolare concorso. Avevo quasi finito l’Università: mi sentivo sollevato da quel forte impegno e desideroso di fare altre esperienze. Quella che mi veniva proposta dalla Cisl doveva durare almeno per tre mesi. A conti fatti, in Cisl ci sono poi rimasto per oltre 40 anni, in distacco sindacale non retribuito, cioè mantenendo per sicurezza il posto di lavoro, ma a totale carico del sindacato. Questo è stato il mio approccio con la Cisl. All’inizio il mio impegno era non tanto collegato ai temi rivendicativi, cioè il contratto in sé, ma ai problemi della democrazia e della rappresentanza sindacale. In quell’epoca lo Statuto dei lavoratori non era ancora applicato nella pubblica amministrazione e ricordo con soddisfazione l’aver ottenuto la possibilità di tenere le assemblee in orario di lavoro anche nelle Ipab e soprattutto in “Casa di Dio”, dove c’era un lavoro per turni e le assemblee dei dipendenti si tenevano a scavalco di mezz’ora tra un turno e l’altro.
Questa fu per me una grande esperienza di forte discussione tra i lavoratori, di partecipazione e di grande motivazione. Il mio iniziale impegno di sindacalista fu quindi l’applicazione dello Statuto dei lavoratori.
Il caos contrattuale della Sanità
La sede della Cisl era stata da pochi anni trasferita in via Zadei e lì imparai a fare sindacato, confrontandomi con i delegati e i dirigenti sindacali di altri settori (fare un volantino, tenere una riunione, ecc). L’esperienza sindacale degli anni ’70 fu poi quella del contrattualista vero e proprio, applicando cioè i contratti nazionali di lavoro dei vari settori che seguivo (Enti locali per le Ipab, ospedalieri e cliniche private per la sanità). Nella grande Brescia, ad eccezione dell’Ospedale civile e di qualche grossa clinica privata (in particolare quelle religiose) dove si applicavano i contratti, negli altri enti esisteva un completo caos contrattuale. Negli ospedali pubblici convivevano i contratti dei dipendenti comunali per il personale amministrativo, della sanità per gli infermieri e medici, del commercio per i cuochi e gli operai; in qualche caso, si ricorreva anche al contratto delle lavoratrici domestiche per il personale delle pulizie. Ricordo una grossa polemica con l’Ospedale di Rovato dove, dopo un’ infruttuosa trattativa, preparai il mio primo manifesto e fu una emozione farlo stampare, affiggerlo e distribuirlo, ma alla fine superammo le diversità contrattuali riportando ad unicità tutto il personale dipendente. Inoltre in quegli anni il personale infermieristico era in prevalenza formato da donne, c’era ancora il convitto e vi erano forti discriminazioni (turni, organizzazione del lavoro, indennità) rispetto ai loro colleghi infermieri; e poi c’erano le assunzioni del personale ausiliario fatte direttamente dal personale religioso attraverso un contratto privatistico.
La caratteristica quindi di quegli anni è stata l’applicazione, non sempre rigorosa poiché si è dovuto fare i conti con la realtà, dei contratti di settore portando ad unicità contrattuale tutto il personale operante nella struttura o nello stesso ente. È stato questo un bell’impegno durato circa dieci anni. Naturalmente ad ogni nostra richiesta c’era l’impatto con la crescita dei costi e i limiti dei bilanci, temi ancora attuali; la sanità e l’assistenza erano viste in un’ottica prevalentemente caritativa e quindi di “missione” anche per i lavoratori. I loro diritti, le mansioni, le professionalità da riconoscere, la qualità dell’assistenza non erano prioritarie.
La battaglia per l’uguaglianza dei trattamenti fra uomini e donne
Un altro problema, sul quale il sindacato ha dovuto imporre la propria azione fu l’uguaglianza dei trattamenti fra uomini e donne (criteri di assunzione, turni, carriera). La mediazione per l’applicazione di tutte queste norme fu la decorrenza sugli arretrati da riconoscere e su questo tema ho trovato non solo la collaborazione da parte della Cgil ma anche la comprensione di molti lavoratori. L’applicazione dei contratti comportava spesso la revisione degli inquadramenti, il riconoscimento delle mansioni e la rideterminazione delle qualifiche che, nella maggioranza dei casi, non coincideva con la data di applicazione dei contratti. Questo disordine contrattuale aveva portato a posizioni previdenziali diverse, iscrizione all’Inps, iscrizioni alla Cpdel, e vi fu quindi anche una sistemazione previdenziale ben accolta dai lavoratori. Vi era infine il problema delle mansioni svolte, che non sempre corrispondevano ai requisiti professionali previsti dalla normativa. Vi fu quindi un grosso impegno, prima con le 150 ore per dare la possibilità ai lavoratori di acquisire il diploma scolastico, e poi con le agevolazioni contrattuali per il conseguimento dei titoli professionali. Spesso purtroppo, tanto più piccole erano le dimensioni dell’ente o della struttura, tanto maggiori erano le complicazioni.
Il dramma del terrorismo e la risposta sindacale
Gli anni ’70 sono stati sindacalmente un periodo di grande impegno, in un clima di crescente tensione politica e sociale alimentata dal terrorismo. Nel 1974 vi fu la strage di Piazza Loggia, un dramma che ho vissuto in prima persona e che ha rappresentato il culmine della strategia eversiva del terrorismo nero. Il sindacato è stato capace di contrastare ogni forma, ogni espressione terroristica salvaguardando la democrazia nel nostro Paese.
Le Regioni e la Sanità
Negli anni ’80 invece l’attività sindacale, nel settore sanità e nel sociale, è stata maggiormente caratterizzata dall’applicazione dei cambiamenti introdotti con la riforma sanitaria, con l’intervento delle Regioni e quindi la rivalutazione del territorio. Si sono intrecciati infatti problemi di programmazione (il piano ospedaliero, la fusione di alcune strutture) con i problemi delle riorganizzazioni degli ospedali ma anche con l’esplosione di alcuni concetti come quello della prevenzione. E stato poi complesso introdurre obiettivi e criteri di efficienza e di produttività. Infatti in una azienda ospedaliera cos’è la produttività? Curare bene gli utenti era ovvio, ma come si misurava la qualità? Adesso vi sono studi, libri, saggi, letteratura su come misurare l’efficienza dei servizi ma allora l’efficienza era misurabile solamente con il numero delle prestazioni e quindi vi fu una esplosione dei servizi, un aumento degli organici con i conseguenti problemi di gestione organizzativa.
I contratti di allora, sia nel settore sociale sia nel settore sanitario prevedevano sì riconoscimenti economici importanti ma la loro applicazione poteva essere molto eterogenea. Ciò portò ad aumentare i conflitti tra le diverse categorie di operatori e alla creazione di sindacati autonomi collegati alla specifica professione.
Le tre riforme del ministro Rosy Bindi
Negli anni ’90, grazie alle tre riforme promosse dal ministro Rosy Bindi, venne introdotto il concetto di azienda e maggiormente definiti i principi dell’efficienza della pubblica amministrazione e dei servizi; aumentò l’autonomia degli enti ma anche il ruolo della Regione, non solo ai fini della programmazione ma anche del controllo. I contratti di lavoro erano sicuramente più gestibili ma le risorse a disposizione cominciavano a diminuire.
Quindi se devo ricordare questa mia esperienza, posso dire che in quei decenni ho vissuto un’esperienza contrattuale con tre caratteristiche diverse: il primo decennio caratterizzato dall’omogeneità contrattuale e dall’applicazione dello Statuto dei lavoratori; il secondo decennio caratterizzato dai cambiamenti derivanti della riforma sanitaria, la sua programmazione, la valorizzazione del territorio; il terzo decennio attraversato dal problema dell’efficienza e dei servizi della pubblica amministrazione.
La Federazione unitaria dei Lavoratori Ospedalieri
Inoltre vi furono anche i cambiamenti delle strutture sindacali, iniziando dagli anni ’70 con la costituzione della Federazione unitaria dei sindacati della sanità che si chiamò con una sigla esotica, Flo, Federazione Lavoratori Ospedalieri. Successivamente vi fu la stagione dei delegati di reparto con la costituzione dei Consigli dei delegati. I rapporti sindacali unitari a Brescia erano abbastanza vivaci ma, pur con qualche discussione, si è sempre operato unitariamente; difficoltà e lacerazioni spesso venivano dall’azione di qualche sindacato autonomo.
Sindacalista atipico
Negli anni ’70, per i dipendenti delle Ipab e dei piccoli ospedali, ero il sindacalista che veniva da Brescia e mi interpellavano quando c’era qualche problema irrisolto. Ero considerato un poco atipico rispetto ai miei colleghi ed ai miei predecessori. Ero infatti il dott. Clerici e questo dava fastidio agli amministratori ed ai dirigenti poiché venivo considerato un estraneo al mondo del sindacato poiché non ero “una tuta blu”. Solo successivamente divenni un punto costante di riferimento. Devo dire però che sono stato particolarmente fortunato, perché facendo questa attività ho conosciuto un’infermiera degli Spedali Civili, anche lei con la passione per l’organizzazione del lavoro di assistenza e con una spiccata sensibilità per i temi sociali, che è poi divenuta mia moglie.
Il mio maestro di sindacato
All’inizio della mia attività nella Cisl ho fatto per alcuni anni l’operatore sindacale e successivamente il componente della Segreteria. Il mio primo segretario generale, Gino Tedoldi, è stato un esempio di onestà e coerenza; era un portinaio dell’ospedale e precedentemente era stato dirigente sindacale in uno stabilimento tessile dove aveva vissuto oltre alle lotte per il lavoro, le divisioni sindacali del ’48 e aveva preso parte alla costituzione della Cisl. Senza grandi pretese culturali o scientifiche mi ha insegnato il pragmatismo della Cisl e l’esigenza di concludere con dignità le trattative, senza ritualità o perdendo eccessivo tempo con continui rinvii. Con questa scuola alle spalle, negli anni ’80 divenni segretario generale della categoria.
Il necessario rapporto con la politica
Altro elemento che ha caratterizzato la mia attività sindacale è stato il rapporto con il mondo politico. Era nota la mia iscrizione e partecipazione alla Democrazia cristiana ma posso dire, quasi con orgoglio, che i maggiori conflitti e difficoltà li ho avuti proprio con gli amministratori nominati da questo partito. Melino Pillitteri, Segretario generale della Cisl di Brescia e mio maestro sindacale, mi ripeteva sempre che si era amici di tutti ma proprio per questo con gli amministratori democristiani necessitava essere molto chiari.
Ciò provocava problemi e determinava difficoltà sia nei confronti dei lavoratori che spesso sollecitavano interventi specifici in nome di un collateralismo fuori luogo (assunzioni, carriere), sia con Cgil e Uil che qualche volta vedevano con sospetto alcuni miei interventi. Negli anni ’80 e ’90 le maggiori difficoltà vennero dai rapporti con alcuni dirigenti amministrativi, spesso miei coetanei, che pretendevano di essere solamente loro i depositari delle norme di Legge. Quindi si verificavano interpretazioni parziali e squilibrate dei contratti di lavoro o in contrasto con gli stessi. Particolarmente significativa fu la vicenda dell’equa proporzione fra i dirigenti amministrativi e l’ordinamento dei medici. Ciò portò ad una eccessiva attività di azioni e ricorsi legali: negli enti pubblici il riferimento era il TAR, il Tribunale Amministrativo Regionale, dove i giudici, a differenza dei magistrati del lavoro, giudicavano in base al diritto amministrativo (il difetto di procedura o di motivazione, il diritto acquisito o la legittima aspettativa) anziché il contenuto contrattuale vero e proprio. Altro aspetto dell’eccessivo ricorso al Tar fu l’inquadramento del personale dall’ente locale di provenienza nel Servizio sanitario nazionale dove spesso le mansioni dichiarate o scarsamente certificate non rientravano nelle nuove qualifiche. Anche in questo caso i giudici amministrativi mortificarono i contratti di lavoro per la compiacenza di qualche amministratore locale o di qualche dirigente che aveva redatto le delibere dell’ente e successivamente impugnate.
Altro tema di conflitto con qualche amministratore era poi l’idea che i dipendenti pubblici o quelli dei servizi sanitari e sociali fossero eccessivamente tutelati rispetto ad alcuni settori del lavoro dipendente privato. Alcune di queste obiezioni erano plausibili ma i tentativi di cambiamento con accordi sindacali erano sistematicamente impugnati dagli interessati o da gruppi con pressioni politiche. Nonostante queste difficoltà si è riusciti come sindacato a superare alcuni privilegi e condizioni di miglior favore.
Altro tema impegnativo della mia attività è stata la gestione delle assemblee del personale. Le assemblee erano certamente un momento importante di confronto e partecipazione ma spesso erano in balia della presenza interessata di gruppi specifici o personale con determinate qualifiche spesso in aspro conflitto fra di loro.
La scarsa considerazione del pubblico impiego
Nel sindacato in genere, e anche nella Cisl, i lavoratori del pubblico impiego e dei servizi erano poco considerati. Le categorie del settore privato condividevano il giudizio che i dipendenti pubblici erano molto tutelati (e spesso aggiungevano che lavoravano poco) confondendo i vincoli burocratici con l’operatività. In più occasioni ho avuto confronti aspri con i colleghi delle altre categorie, ma era determinante il ruolo del segretario dell’Unione per riportare verità, spiegare le differenze contrattuali, la natura delle controparti e della dirigenza pubblica, evitare generalizzazioni o luoghi comuni o più semplicemente far comprendere come le attività degli enti pubblici non erano decise dai lavoratori dipendenti.
La fusione delle strutture ospedaliere
Altro elemento di specifico impegno fu la programmazione e il riordino dei servizi sanitari sul territorio, con particolare riferimento alla fusione delle strutture ospedaliere (Leno-Manerbio-Orzinuovi; Chiari-Rovato-Palazzolo; Salò-Desenzano). Un ingiustificato campanilismo aveva portato alla costituzione di vari comitati “per la salvezza dell’ospedale”. Questi facevano dell’autonomia dell’ospedale un vincolo per il mantenimento e potenziamento delle strutture, o di dignità della comunità. Raramente vi era un riferimento alla qualità dei servizi. Un tema ricorrente era la presenza del Pronto Soccorso che sorvolava però quello della qualità e della quantità delle prestazioni che vi potevano essere assicurate. Spesso le assemblee pubbliche convocate dalle amministrazioni locali erano caratterizzate da fischi o consensi organizzati da vari gruppi. Anche le forze politiche erano in conflitto con le loro stesse rappresentanze ad altri livelli e quindi il potenziamento o il depotenziamento di una struttura sanitaria o sociale aveva forti ripercussioni sulla vita politica. Fu questo un periodo difficoltoso segnato da decisioni e contraddizioni programmatorie che ancora oggi hanno lasciato il segno nella sanità bresciana.
Un altro particolare ma gradito impegno è stato quello della formazione dei dirigenti e dei militanti sindacali. Ho cercato in questo settore di impegnarmi particolarmente promuovendo corsi e aggiornamenti. Un’esperienza significativa è stata quella con lo IAL di Brescia che a quell’epoca teneva corsi per assistenti sociali ed educatori e disponeva di una qualificata equipe di insegnanti e di una grande biblioteca specializzata su questi aspetti. in quegli anni abbiamo realizzato con IAL il corso per formatori sindacali frequentato da alcuni attivisti che poi sono diventati dirigenti sindacali.
Negli anni ’90 il problema più significativo è stato quello della esternalizzazione di molti servizi, con l’appalto a cooperative o società esterne. Ciò comporto non solo una diversa gestione del personale ma una forte riorganizzazione del lavoro.
Una nuova fase
La mia esperienza sindacale comprende anche un periodo nella Segreteria regionale della mia categoria, e un altro come componente della Segreteria della Cisl di Brescia.
Avendo maturato nel 1997 le condizioni per andare in pensione, mi sono posto il problema se continuare comunque l’impegno sindacale o cambiare radicalmente settore mettendo a frutto due precise esperienze degli ultimi anni. Grazie ad una borsa di studio avevo ripreso gli studi post laurea, conseguendo poi nel 1999 il dottorato specialistico in Sociologia; precedentemente avevo svolto attività di insegnamento presso le scuole infermieri della città, con lezioni di diritto del lavoro e di legislazione sociale. Preparare le lezioni, stendere le dispense mi richiedeva sicuramente un impegno aggiuntivo, che generalmente riuscivo a fare la sera e la domenica, ma mi permetteva anche di rimanere in contatto con studenti che sarebbero diventati i futuri operatori del settore.
Un cambio di prospettiva
Alla fine ho deciso di continuare ad impegnarmi nella Cisl e mi è stato proposto di succedere ad Alcide Cattabriga come segretario generale della Fnp, la Federazione provinciale dei Pensionati Cisl.
Si tratta di una categoria completamente diversa dalle altre, in quanto oltre a tutelare le pensioni (che generalmente sono l’unica fonte di reddito per i suoi iscritti) ha l’esigenza di assicurare i servizi che sorreggono l’invecchiamento delle persone e di avere dal sindacato servizi utili alla loro condizione, dalla previdenza all’assistenza fiscale.
Ricordo che pochi mesi dopo essere stato eletto nel mio nuovo incarico ho promosso unitariamente la prima manifestazione tenutasi in Lombardia per chiedere tempi di attesa più brevi per esami e visite specialistiche. A Brescia abbiamo fatto, al cinema Crociera, un’assemblea su questi temi. Al termine ci siamo messi i corteo con cartelli e volantini per raggiungere la Prefettura; lungo la strada si sono unite al corteo tante persone, normali cittadini che condividevano le nostre richieste, casalinghe che ci hanno seguito con le borse della spesa in mano. Questo mi ha incoraggiato a valutare prioritariamente i problemi degli utenti e non quello dei dipendenti; per me, che provenivo da quel settore, è stato un grosso cambio di prospettiva.
Oggi la categoria incrocia tutte le problematiche dell’invecchiamento e delle inadeguate risposte che la nostra società, troppo vincolata dai costi o alla dimensione quantitativa, può fornire alla popolazione anziana, tralasciando però che la condizione anziana è anche una opportunità ed una grande risorsa per il paese e per le famiglie. Sono temi che ho potuto approfondire anche continuando a lavorare con le Università bresciane, dove ho potuto insegnare politiche sociali e organizzazione del lavoro in vari corsi di laurea e dove ho svolto alcune ricerche sulla condizione femminile nella terza età, sui Piani di Zona e sulla partecipazione ai costi dello stato sociale.
La contrattazione con i Comuni
L’azione contrattuale in questo settore è stata effettuata con numerosi accordi unitari annuali con i Comuni dove sono stati riconosciuti esenzioni e detrazioni fiscali o tributarie, sconti e rimborsi agli anziani ed alle loro famiglie per alcune prestazioni, servizi e altre facilitazioni, ma anche attività sociali o ricreative.
L’esperienza di “Casa Famiglia”
Ho avuto anche una importante esperienza nel mondo del volontariato quando per esigenze organizzative ho assunto la responsabilità dell’Antea. Importante è stato mantenere e sviluppare alcune attività storiche come la presenza dei “nonni vigili” presso le scuole o presso le aree verdi della città. Ma l’esperienza più significativa è stata quella di realizzare con il Comune di Brescia una struttura, che abbiamo chiamato “Casa Famiglia”, dove un ristretto numero di anziani, parzialmente non autosufficienti, veniva assistito da numerosi volontari. Non una tradizionale Casa di riposo in miniatura, ma un luogo dove si cercava di mantenere le energie e le capacità degli anziani (come in una famiglia) per contrastare la regressione dovuta alla patologia o all’inevitabile invecchiamento.
Anche questo, mi sembra, è un indicatore delle potenzialità della categoria, chiamata a superare i vincoli con il passato per concentrare gli sforzi su un futuro da costruire assieme alle nuove generazioni.