7 novembre a Genova – Prima tappa della campagna CISL IL PATTO CHE UNISCE. LAVORO, SALARI, WELFARE PER LO SVILUPPO

Renato Zaltieri
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Renato Zaltieri

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Pubblicato il 19 Ottobre 2026

Nasce a Isorella (Bs) il 10 settembre 1951. Nel 1969 lavora alla Sile, azienda di lavorazione del legno, ed è nella commissione interna della fabbrica. Capo Lega dei salariati e braccianti agricoli nel 1972, entra in Cisl nel 1974 come operatore della Fisba dove rimane, con una breve parentesi nel 1975 alla Filta, per venticinque anni. Componente di Segreteria dal 1978, viene eletto segretario generale della Fisba del Garda nel 1981 e della Fisba di Brescia nel 1983. Dal 1991 al 1994 è Presidente del Comitato provinciale Inps. Nel 1994 viene eletto nella Segreteria dell’Ust Cisl Brescia della quale diventa segretario generale il 30 marzo del 1999.

 

Come avviene il suo passaggio dalla categoria all’Ust?

Dopo il congresso del 1993 l’organizzazione aveva ravvisato l’esigenza di un cambiamento del gruppo dirigente. Fu un passaggio senza traumi che nel 1994 portò alla conferma in Segreteria di Carlo Borio e all’ingresso di Armando Scotuzzi, che veniva dai metalmeccanici, e mia, che arrivavo dalla categoria del mondo agricolo; Borio venne eletto segretario generale.
Sono gli anni della Legge 626 per la sicurezza sul lavoro, della nuova organizzazione sanitaria regionale, delle politiche sociali e di quelle previdenziali. Un tema, quest’ultimo, che conoscevo bene essendo stato dal 1991 Presidente del Comitato Inps di Brescia, un periodo di “apprendistato” di rapporti e di relazioni politiche a tutto campo.

 

La Cisl di quel periodo era una organizzazione consapevole della sua forza?

Per la mia esperienza categoriale avevo già chiara la forza e il ruolo dell’organizzazione: la Fisba teneva rapporti molto articolati con le realtà più diverse: dalla Camera di Commercio alla Provincia e ai Comuni. Diciamo che il punto di vista confederale mi ha fatto cogliere la complessità di questa forza, l’importanza dell’organizzazione – sia per i numeri che per la capacità propositiva – innanzitutto nella relazione col sistema imprenditoriale e nelle relazioni con le altre organizzazioni sindacali, ma anche nel confronto istituzionale e nella interlocuzione con la politica.

 

Cosa aveva di speciale l’azione sindacale della Fisba per esserle così d’aiuto nel passaggio alla Segreteria Cisl?

In categoria avevo avuto maestri come Pietro Apostoli ed Eugenio Guarneri, dirigenti che sapevano coniugare la contrattazione e la visione strategica delle politiche agricole, strutturando una categoria che sapeva determinare a favore dei lavoratori le decisioni degli enti locali. Ricordo il grande progetto delle case contadine, vicenda esemplare del rapporto con i Comuni nella scelta delle aree, della loro destinazione, della definizione delle condizioni di acquisto per i lavoratori, dell’affermazione di una nuova dignità abitativa; e poi le tutele previdenziali e sanitarie. Molto importante, come ho già accennato, è stata poi l’esperienza Inps. Non di meno però, soprattutto per colmare il mio deficit industriale, è stato il passaggio che ho avuto con i tessili nel 1974: per quanto breve, anche quella è stata un’esperienza che mi è tornata molto utile.
Anche perché è proprio nella prima metà degli anni Novanta che prendono avvio sul territorio grandi processi di ristrutturazione industriale.
Si viveva la coda della grande ristrutturazione del settore siderurgico e si registravano i primi segnali di quelli che a consuntivo sarebbero stati profondi cambiamenti del sistema industriale bresciano nel suo insieme, con uno sforzo sulla innovazione di processo che porterà ad una maggiore diversificazione produttiva industriale. Ma al contempo c’era un’agricoltura che stava cambiando proporzioni e produzioni, ed un terziario che cresceva molto velocemente. In quegli anni sono avvenute delle trasformazioni territoriali davvero molto importanti.
Cambiamenti che hanno avuto una ricaduta molto forte sulla forma di rappresentanza del sindacato. Basta pensare alla crescita delle categorie che associavano i lavoratori del terziario, oppure l’affacciarsi sempre più esplicito e consistente dei pensionati.
In quegli anni un altro settore che cambia passo è quello edile, sulla scia dello sviluppo del mercato abitativo ma anche delle infrastrutture di cui andava dotandosi il territorio.
I rapporti con le associazioni imprenditoriali si erano abbastanza assestati. Eravamo già oltre quel modello di relazioni industriali molto aggressive nei confronti del sindacato che aveva contraddistinto la presidenza di Luigi Lucchini degli industriali bresciani, e che era diventato un modello nazionale con la nomina di Lucchini alla Presidenza di Confindustria.

 

Lei diventa poi segretario generale della Cisl bresciana nel 1999. In quali circostanze? Con quali dinamiche organizzative?

C’era stato un avvicendamento in Segreteria nel 1998, con Aldo Menini, fino ad allora Segretario generale della Fim, che era entrato al posto di Armando Scotuzzi che aveva assunto un incarico esterno all’organizzazione. Nel 1999 viene chiesto a Carlo Borio di assumere l’incarico di segretario generale della Cisl Lombardia. La sua elezione avviene in febbraio e subito dopo lascia ovviamente la Segreteria della Cisl di Brescia, proponendo al gruppo dirigente che sia io a prendere il suo posto alla guida dell’Unione. Il Consiglio generale fa propria la proposta, confermando anche in Segreteria Aldo Menini e chiamando a farne parte Arturo Mino, che era segretario generale della Cisl Scuola; Mino morì purtroppo pochi mesi dopo, in ottobre, a causa di un infarto.

 

Il giorno stesso della sua elezione, il 31 marzo 1999, lei formalizza un impegno per la nuova sede. Come mai l’atto formale avvenne quello stesso giorno?

Con l’uscita di Armando Scotuzzi io ero diventato segretario organizzativo ed è in quella veste che avevo iniziato a seguire, registrando tra le categorie dubbi ed entusiasmi, la discussione sulla necessità di trovare una nuova sede, discussione che era arrivata ad un punto morto. La sede di via Zadei era però diventata veramente troppo piccola e per di più assolutamente disagevole per chiunque: era stata ricavata unendo vari appartamenti con il risultato d’essere un labirinto di corridoi e di porte. Man mano che crescevano le esigenze di spazio s’erano aggiunti altri appartamenti vicini, però non più comunicanti, con il risultato che avevamo tre, quattro ingressi; per non parlare della dislocazione dei servizi.
D’accordo con Borio cercai allora di rimettere insieme i fili della discussione. Le cose andarono abbastanza bene, tanto che programmammo per il 30 marzo la firma del preliminare per l’acquisto dello stabile di una fonderia dismessa in via Altipiano d’Asiago, poco distante da via Zadei, che avremmo trasformato nella nuova sede della Cisl. Per un problema tecnico fu necessario far slittare il preliminare al 31 marzo. Così, alle 13 venivo eletto, alle 15 riunivo il Comitato Esecutivo per l’atto notarile e alle 17 firmavo il preliminare d’acquisto.
La ristrutturazione è avvenuta mantenendo inalterata la struttura, facendo in modo che si potesse continuare a leggere l’origine industriale dello spazio. E poi abbiamo rinunciato subito al muro perimetrale dell’area, per sottolineare l’idea di una sede che è parte della città e del territorio circostante. I lavori sono iniziati nel 2001; nel 2003, a settembre, ci siamo trasferiti nei nuovi uffici, inaugurati poi ufficialmente a dicembre.

 

I primi uffici che si incontrano entrando nella sede sono quelli del Sistema Servizi Cisl. Funzionalmente una scelta molto sensata, ma non c’è il rischio però di mostrare come biglietto da visita il lato meno sindacale?

Io vengo da un’esperienza di categoria che mi ha fatto capire quanto, a fianco della proposta politica e sindacale, sia importante fornire ai lavoratori anche servizi, supporti, accompagnamento concreto. I lavoratori si iscrivevano da noi per una condivisione di idee e di valori, ma anche per le risposte che sapevamo dare ai problemi di ogni giorno.
In questi anni il lavoro e il mercato del lavoro sono molto cambiati; la destrutturazione delle grandi aziende ha portato alla nascita di piccole e medie imprese dove il sindacato fatica ad entrare e nemmeno ha la forza per coprire in maniera adeguata. Per cui, dove è possibile diamo risposte collettive, dove non è possibile ci siamo attrezzati, attraverso i servizi, a dare risposte che ci consentano di avvicinare anche individualmente i lavoratori. Io sono convinto che un servizio fiscale ben fatto, come un ufficio vertenze professionalmente e tecnicamente ineccepibile, costituiscano un valore aggiunto per il sindacato. Non abbiamo mai perso di vista chi siamo, cosa facciamo e perché.

 

A proposito dei cambiamenti del mercato del lavoro. Negli ultimi dieci anni, in particolare in alcuni ambiti produttivi, nel bresciano, come altrove nel paese, è cresciuto moltissimo il ruolo dei lavoratori immigrati.

Brescia aveva necessità di manodopera e a Brescia l’immigrazione è arrivata forse prima che altrove. Se per qualcuno il tema dell’immigrazione è occasione per alimentare la polemica sociale e politica, per la Cisl è invece una questione di governo dei processi per riuscire a dare le risposte che questo fenomeno comporta.
L’immigrazione non è un problema, è un fenomeno che va governato e che ha semplicemente fatto emergere problemi che già avevamo, dalla scuola alla sanità e alla casa.

 

Qui indirettamente viene chiamata in causa la questione del territorio, in termini di interlocutori, ma anche di azioni di governo.

Su questo versante di impegno abbiamo costantemente cercato una interlocuzione con la Provincia. Il primo accordo l’abbiamo sottoscritto nel 2000, ripreso nel 2003 come base del tavolo concertativo territoriale, per noi uno strumento di lavoro fondamentale nell’ottica della programmazione in una responsabilità condivisa. Per noi quell’accordo era la risposta alla vaghezza dei tavoli territoriali proposti dalla Regione, assemblee inefficaci che mettevano sullo stesso piano realtà sindacali e associazioni che si dedicavano alle attività ricreative, associazioni d’impresa e gruppi a metà tra folclore e cultura. Ricordo che l’accordo non venne firmato dalla Cgil, secondo la quale l’intesa del 2000 non aveva avuto risultati ed era dunque inutile farne un’altra. Anche le istituzioni non fecero molto per dare gambe a quell’accordo, secondo me per mancanza di idee, tanto che fummo noi a suggerire alla Provincia di dotarsi di un comitato scientifico che potesse affiancare la politica per elaborare proposte e idee sul territorio.

 

Per cui i rapporti con la politica non sono stati facilissimi.

Sul piano personale i rapporti sono sempre stati buoni, con tutti.
Ma il dialogo sociale poggia su altre basi. Ci sono stati degli incontri su singoli problemi e singole questioni, molto rilevanti come i piani di gestione territoriale delle infrastrutture, ma se queste discussioni non sono inserite in una strategia per l’occupazione e lo sviluppo, non portano a risultati strutturali. È un tema che la Cisl va ponendo da anni, a tutti i livelli. Personalmente, dal 1999 al 2004, mi è capitato di farlo anche come rappresentante di Cgil Cisl e Uil nel Consiglio della Camera di Commercio. Ma Brescia vive purtroppo di radicate solitudini istituzionali, dove ognuno si muove solo se è sicuro di poter piantare la sua bandierina. Ma così facendo ai problemi si gira solo intorno, non si ha la forza e la capacità di affrontarli.

 

Come è stata vissuta nel suo periodo di segretario generale la confederalità?

Con l’inizio del mio mandato sono cambiati quasi tutti i segretari generali delle categorie. Con questo ricambio io ho osservato il venir meno da parte delle categorie non tanto del riconoscimento formale del ruolo dell’Unione, ma proprio la partecipazione effettiva, fattiva e convinta alla costruzione del ruolo dell’Unione e della Confederazione. Mi è sembrato di vedere un impegno grande sulle questioni categoriali ed uno meno incisivo sul protagonismo e sulle dinamiche confederali. Chiarisco subito che io non assegno responsabilità al dirigente che vede più la dimensione categoriale rispetto a quella confederale: sono i processi formativi che non hanno saputo trasmettere la giusta dimensione del rapporto, che non hanno saputo spiegare che la categoria può essere ancora più importante se è all’interno di un processo confederale.
Secondo me la formazione non è riuscita ad adeguarsi e a leggere la realtà dell’organizzazione, è andata avanti probabilmente sui vecchi schemi, non ha colto le trasformazioni che sono avvenute all’interno proprio dell’organizzazione. Credo che si dovrebbe tornare ad offrire al gruppo dirigente categoriale percorsi formativi per una riscoperta della confederalità, che potrebbe aiutare a fare sistema, a fare rete.
Il sindacato, la Cisl è un formidabile collettore di domande, di bisogni, di richieste. Anche dalla loro lettura possono venire risposte che interessano tutti, proposte che possono contribuire alla soluzione di problemi generali. La crisi economica porta in categoria questioni che da sola la categoria non può affrontare e che inevitabilmente vengono girate al livello confederale. Fare più Unione permetterebbe di affrontare meglio queste situazioni.
Sul versante specificatamente sindacale oggi non siamo sufficientemente attrezzati per una interazione positiva con le domande che riceviamo ogni giorno. La formazione continua è lo strumento che in abbinamento agli ammortizzatori sociali copre larga parte dei problemi in campo oggi. Ci manca il raccordo tra formazione, domanda e offerta di lavoro. Se posso ancora fare riferimento alla mia esperienza nel mondo agricolo, vorrei ricordare che il sindacato era nelle Commissioni di collocamento agricolo: passava da lì non solo la possibilità di lavorare ma anche una definizione delle qualifiche e dunque del salario. Se dovessimo avere oggi la forza di darci un’organizzazione su domanda, offerta e formazione al lavoro, credo che sarebbe una cosa utilissima.

 

La crisi sembra far emergere nuovi spazi di contrattazione e forse anche nuove forme di rappresentanza. È così?

I contratti di solidarietà sono stati e continuano ad essere uno spazio di contrattazione nuovo, uno strumento di contrasto alla crisi molto efficace. La contrattazione sugli ammortizzatori sociali in deroga, che solo pochi anni fa la Cgil osteggiava duramente attaccando la Cisl perché li proponeva e li sperimentava, ha salvato migliaia di posti di lavoro. Avremmo potuto fare di più se il ‘sistema Brescia’ avesse deciso di governare l’emergenza piuttosto che farsi governare dall’emergenza. È proprio un salto di mentalità, un salto culturale, che non è stato fatto dalle istituzioni politiche ed economiche, e nemmeno da quelli che gestiscono sempre in difesa la rappresentanza del mondo del lavoro, incapaci di una visione e incanalati in strategie partitiche che col sindacato non dovrebbero avere niente a che vedere.

 

La questione dell’unità sindacale ha avuto cicli di tutti i tipi: grandi accelerazioni, talvolta solo apparenti, e repentine marce indietro. Lei quali ha vissuto?

A Brescia l’unità sindacale è sempre stata una questione complicata, soprattutto per il rapporto con la Cgil dove il peso dei metalmeccanici condiziona pesantemente la Camera del Lavoro.
Chi scrive di sindacato, parla di Brescia come di una anomalia, perché la Cgil riesce sempre ad essere contro la Cisl e contemporaneamente contro la sua Confederazione a livello nazionale. Ed anche quando, a livello locale, abbiamo fatto qualcosa insieme, è stato per loro interessi tattici. Come nel 2005 con il documento unitario sulle politiche per l’occupazione e lo sviluppo a Brescia. La traccia dell’accordo era un testo della Cisl che fin dal 2004 avevamo utilizzato per l’elaborazione interna e il confronto istituzionale. La Cgil accettò di farlo diventare unitario perché la Cisl non potesse dire che c’era un suo documento sul futuro del lavoro a Brescia. Guardandosi ovviamente bene, una volta firmato, dall’adoperarsi per farne uno strumento operativo.
Con la Uil, guidata fin dall’inizio del mio mandato di segretario generale da Angelo Zanelli, c’è stato un confronto aperto e leale che ci consente di trovare le intese unitarie necessarie.

 

Quale bilancio si sente di fare della sua esperienza sindacale?

Dico subito che per me il bilancio è positivo. Mi sono avvicinato sempre con molti timori a tutti i ruoli ai quali l’organizzazione mi ha chiamato, non solo quando sono entrato nella Segreteria della Cisl e quando ne sono diventato il segretario generale, ma anche in categoria. In Fisba mi è capitato di dover sostituire Guarneri che per me non era stato solo un amico, quasi un padre, ma il maestro, il modello: per personalità, professionalità, serietà, moralità. Chi non avrebbe avuto timore a raccoglierne l’eredità sindacale? Io l’ho potuto fare perché il gruppo dirigente mi ha aiutato, perché ho trovato attorno a me, soprattutto nelle categorie, vicinanza e sostegno. E lo stesso è avvenuto con il mio passaggio in Cisl. Ho cercato di attingere alla saggezza contadina che tante volte avevo visto applicata nel lavoro dei capi lega, quella saggezza che suggerisce un modo pacato di affrontare le questioni, anche le più complesse, che non affretta giudizi ma prova a ponderare e valutare.
Ma il mio è anche il bilancio di un’organizzazione che ha costruito una rete di rapporti sul territorio: con le realtà sociali più diverse, con la politica, con la Chiesa bresciana e con l’associazionismo cattolico. Con le Acli i rapporti non sono sempre stati facili perché loro pensano il sindacato sul modello dello schieramento politico, mentre la Cisl vive di autonomia verso qualunque schieramento e qualunque espressione di Governo. Le Acli bresciane ci guardano come se dovessimo rispondere ad una visione di sindacato di sinistra, ma la Cisl vuole essere e fare solo sindacato. Ciò nonostante abbiamo costruito rapporti anche con loro, siamo entrati nella rete di quindici associazioni che danno vita ad un annuale convegno interassociativo, in un dialogo e in un confronto continuo.
Quello che veramente non è stato possibile realizzare è un rapporto con le associazioni imprenditoriali sottratto alla occasionalità e alla contingenza. Ne ho fatto un cenno parlando della gestione della crisi: a Brescia tutti parlano di ‘sistema’, ma in realtà ognuno va per la sua strada. E che gli imprenditori siano associati ad Aib piuttosto che a Compagnia delle Opere, non cambia niente.
Sulla contrattazione di secondo livello sono sordi i primi come lo sono i secondi. Rimangono rapporti personali di stima, ma io devo fare il dirigente sindacale, devo portare risultati a chi rappresento, devo consolidarli, devo realizzarli, e questo non è stato possibile farlo.

 

Alla luce della sua esperienza qual è il nodo organizzativo che la Cisl potrebbe trovarsi a dover affrontare in futuro?

La Cisl è molto cambiata. È vero: è cambiato il lavoro, è cambiato il mondo del lavoro. Ma anche il modo di fare sindacato è cambiato. Non è più un’esperienza totalizzante. Sono io il primo a dire che oggi non potrebbe essere diversamente, ma la linea di demarcazione tra l’essere dirigente sindacale e un semplice funzionario del sindacato si è fatta molto, molto sottile. A me sembra che occorra fare sindacato con molta più passione, perché il sindacato è una cosa bella, straordinaria. A me ha dato moltissimo e sarò sempre riconoscente verso questa esperienza e verso le persone che me l’hanno fatta scoprire.