Che tipo di scuola è una scuola costruita sull’esclusione e sulla divisione?
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Che tipo di scuola è una scuola costruita sull’esclusione e sulla divisione?

Una riflessione di Anina Baleta, operatrice di ANOLF Brescia, sul decreto del Governo sul limite agli studenti stranieri

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Pubblicato il 25 Settembre 2026

Una riflessione di Anina Baleta, originaria dell’Albania, laureata in Studi internazionali, operatrice di ANOLF Brescia, sulla decisione del Governo Meloni di intervenire con un decreto legge sulla composizione delle classi scolastiche in base all’origine degli alunni, della conoscenza della lingua italiana sia da parte loro che dei genitori.

Un tema sul quale nei giorni scorsi era intervenuto il segretario generale di CISL Brescia criticando duramente un’azione elettoralistica sulla scia degli estremismi di destra, con la quale “si rischia davvero di ghettizzare e di escludere. Noi invece dobbiamo costruire una comunità, una società che include”.

 

La scuola è (e speriamo continui ad esserlo)
un un posto in cui si costruiscono legami

 

Scuola non è solo un luogo in cui si imparano nozioni, tabelline, poesie.
Scuola è socializzazione, è conoscere nuovi amici, è andare a giocare fuori assieme in giardino durante la ricreazione, scambiarsi la merenda, fare programmi per incontrarsi il pomeriggio per fare i compiti.

Ricordo il mio primo giorno di scuola quando, accompagnata da mia mamma che all’epoca l’italiano lo parlava molto poco,  venni accolta dal sorriso delle mie maestre in un’aula piena di altri bambini.

Il mio percorso scolastico è incominciato così: una bambina, come tante altre, che con indosso il suo grembiule si accingeva ad imparare l’alfabeto e le tabelline.

All’epoca, era il 2000 ed ero l’unica bambina non italiana, e così è stato sia alle medie che alle superiori.

Ricordo la mia gioia quando in quarta elementare (la fotografia accanto al titolo è quella di Anina nel 2003) la maestra Lucia mi aveva chiesto di parlare alla classe del mio Paese – l’Albania – delle mie tradizioni, della cucina di casa mia.

Ricordo alle medie, quando in geografia si stavano studiando i Balcani, la Professoressa mi aveva chiesto di fare una lezione sul mio Paese di origine.
Ricordo la curiosità dei miei compagni e compagne di classe, le loro domande, e quanto ero felice di far conoscere anche a loro un pezzettino di quello che era una parte importante della mia identità.

Ricordo anche quando, ad un commento di un mio compagno di classe che ridendo ha detto “Anina puzza da albanese” (eh si all’epoca lo spauracchio dell’Italia erano gli albanesi), la Maestra Lucia ci ha fatto ritornare ai banchi ed ha detto a tutti di fare un giro di “annusamento” generale. Dopo che tutti avevano annusato tutti, la sua domanda è stata “Anina ha un odore diverso dal quello di altri compagni?”, e tutti in coro, compreso anche il bambino che aveva dato inizio al tutto, hanno risposto di no.

Questa è stata per me la scuola, un luogo in cui le miei origini non sono mai state un problema ma una fonte di arricchimento, un luogo in cui gli insegnanti insegnano a convivere insieme ed a vedere ciò che ci accomuna e non divide, un posto in cui si costruiscono legami.

Quando nel 2026 sento parlare della nuova proposta del Ministro dell’Istruzione del tetto massimo del 30% di cittadini stranieri nelle classi, mi chiedo in che categoria sarei rientrata se fossi arrivata oggi: sarei stata un numero in eccesso? Avrei percepito il mio provenire da un Paese diverso come un difetto, un qualcosa di cui provare vergogna?

Che tipo di scuola sarà una scuola costruita sull’esclusione e sulla divisione?
Che cosa trasmette una decisione  come quella voluto dal Governo, ai bambini e alle bambine nativi e non? Che i primi si devono sentirsi in pericolo dai secondi, e che questi ultimi sono un problema? E che tipo di adulti possono aspirare di diventare questi due gruppi? Come potranno convivere armoniosamente se sin da piccoli hanno respirato divisione?

Penso che i problemi della scuola siano altri, come il fatto che l’Italia investe sull’istruzione delle future generazioni solo il 4% del proprio Prodotto Interno Lordo, che gli insegnanti precari sono tantissimi, che i programmi scolastici sono vecchi, che non ci sono i fondi per veri percorsi di inclusione o per insegnanti che possono dedicarsi all’alfabetizzazione.

Un bambino o una bambina che arriva oggi in Italia, proprio in conformità con il principio dell’importanza della conoscenza della lingua italiana, vengono inseriti nella classe precedente rispetto a quella di provenienza, perché così possono avere più tempo per imparare l’italiano. Ma poi i percorsi di alfabetizzazione non sono previsti, gli insegnanti di sostegno devono seguire più bambini contemporaneamente, e così i neo arrivati vengono lasciati indietro.Questo spesso comporta rendimento scolastico più basso ed un orientamento del percorso accademico che segrega i figli e le figlie di immigrati verso strade professionali perché considerati più adatti a loro.

Forse sarebbe opportuno porre l’attenzione su questo tipo di problematiche, sulle risorse e i talenti che si perdono a causa di un sistema che dovrebbe porre l’attenzione sull’educazione e non sull’esclusione o la segregazione.

Da figlia di immigrati, che in questo paese si è formata, dover ascoltare nel 2026 motivazioni/giustificazioni come quelle del Governo  è molto avvilente.

I bambini e le bambine non sono predisposti a vedere le differenze o il peso che queste hanno nel definire un noi contro altri, quello lo imparano man mano; ma la scuola non può diventare un luogo attraversato dalla paura e dalla diffidenza dell’altro.

Anina Baleta
ANOLF Brescia