Buste paga basse rispetto al carovita, turnazioni che fanno male alla salute e non facilitano la conciliazione vita-lavoro, incremento delle aggressioni a danno del personale, incognite sull’impatto dell’intelligenza artificiale, scarso coinvolgimento nella vita dell’impresa, voglia di dimissioni.
Oggi per lavorare nel settore dei trasporti e della logistica ci vuole coraggio. A rivelarlo è una ricerca promossa dalla Fit CISL Lombardia, realizzata da BiblioLavoro – il Centro studi della CISL regionale – che ha coinvolto oltre 1.500 lavoratori.
Il campione
Il campione è composto per circa il 69% da personale ferroviario, delle metropolitane e autisti di bus; per il 19,6% da addetti della logistica (trasporto merci e spedizioni); per il 6,2% e per il 5,2%, rispettivamente, da lavoratori del comparto aereo e dei servizi ambientali. Otto su dieci sono uomini, il 5% stranieri provenienti da 26 Paesi. L’età media è di quasi 45 anni. Il 14,4% ha una laurea, tra l’85,6% di non laureati l’82,5% ha un diploma di scuola superiore. La maggioranza lavora in una impresa con più di 250 dipendenti (87,4%), con partecipazione pubblica (67,7%). Oltre 9 su dieci hanno un contratto full time, ma quasi il 18% delle donne è in regime di part time a fronte del 2% circa degli uomini. Più di un terzo ha un’anzianità aziendale superiore a 20 anni. Il 60,8% degli intervistati opera su turni.
Salari e disuguaglianze
Lo stipendio netto medio mensile (full time) è pari a 1.874 euro. Il 56,2% si dichiara “poco o per niente soddisfatto” della remunerazione, soprattutto se raffrontata all’alto costo della vita nella regione ed in particolare nel milanese. Gli insoddisfatti sono più numerosi fra il personale dei treni (64,7%) e di metropolitane e autobus (55,3%). Le donne guadagnano il 7,6% in meno degli uomini, gli stranieri l’11,1% in meno degli italiani, i laureati il 3,4% in più rispetto ai non laureati.
Conciliazione vita-lavoro: i turni fanno male alla salute
Oltre 4 intervistati su dieci ha figli minorenni e il 24% si occupa di genitori o famigliari anziani o non autosufficienti. Il 63,6% è insoddisfatto dell’equilibrio fra vita e lavoro. A pesare sono soprattutto gli orari: i turnisti sono per il 60% più insoddisfatti dei non turnisti. Il disagio tra chi lavora su turni è più marcato anche per quanto riguarda la motivazione, la crescita professionale, la formazione continua, il coinvolgimento e la valorizzazione del contributo lavorativo.
Benessere, formazione, carriera, motivazione: c’è poca soddisfazione
Il 63,9% non apprezza il clima che si respira in azienda e il 61,5% non è contento della coerenza fra inquadramento e mansioni svolte. Il 62,1% lamenta carenze sulle opportunità formative, mentre 8 lavoratori su dieci non sono soddisfatti delle opportunità di crescita. Il 55,8% non è motivato a svolgere la propria attività quotidiana. Il 74,2% non si sente coinvolto nelle decisioni che riguardano il proprio lavoro e quasi 8 addetti su dieci pensano che il proprio contributo non sia valorizzato. La situazione potrebbe migliorare aumentando la retribuzione e i benefit (69,6%), favorendo un maggiore equilibrio fra vita e lavoro (55,8%), offrendo più possibilità di fare carriera (37,7%). Il 93,3% ritiene utile aumentare la partecipazione dei lavoratori secondo il modello della legge di iniziativa popolare proposta dalla Cisl. Tutte le forme di partecipazione (organizzativa, gestionale, finanziaria e consultiva) riscuotono ampio consenso, soprattutto quella organizzativa avvertita come più vicina alle esigenze quotidiane e capace di incidere sulla vita lavorativa.
Welfare aziendale: presente ma non coerente
Un piano di welfare aziendale è presente in 8 imprese su 10, ma la metà degli intervistati non è soddisfatto delle misure disponibili. Il 74% ha usufruito di almeno una di esse, ma solo il 53,6% ritiene che siano coerenti con i propri bisogni. Le richieste principali vertono su buoni pasto (72%), sanità integrativa (70,1%), pensione complementare (50,1%), rimborso delle spese scolastiche (40%). Chi ha figli chiede asili nido, gli under 36 l’abbonamento in palestra.
Dimissioni: oltre 8 lavoratori su dieci non le escludono
Solo il 14,5% dichiara di non avere motivi per lasciare il lavoro. Le cause principali che potrebbero spingere alle dimissioni sono la retribuzione inadeguata (50,2%), la scarsa conciliazione vita-lavoro (49,2%, +80,3% tra i turnisti), il clima aziendale negativo (48,3%), i turni insostenibili (31,4%, +392,9% tra i turnisti)
Intelligenza artificiale: tra rischi e opportunità
Quasi il 50% non sa se la propria azienda ricorre all’IA. Tra chi è informato il 35% dice che viene utilizzata e l’8,8% afferma che ha già sostituito mansioni svolte prima da lavoratori. La perdita di posti di lavoro (48,4%) è la paura principale, con a seguire l’eccessiva “dipendenza dalla tecnologia e la vulnerabilità rispetto ad un malfunzionamento” (42,5%). Chi vede elementi positivi segnala un possibile “miglioramento della qualità del lavoro e la riduzione di errori” (25,1%) e un aumento dell’”efficienza e della produttività” (23,4%). Un campione è stato sottoposto a domande aperte che hanno evidenziato come molti vedano nell’Intelligenza artificiale una minaccia alla stabilità occupazionale, con la paura che il progresso tecnologico non venga accompagnato da una riqualificazione adeguata. Altri rischi riguardano l’impoverimento del lavoro e della professionalità, la perdita di empatia e l’aumento della disumanizzazione del lavoro, oltre alla riduzione dell’autonomia decisionale, una maggiore sensazione di controllo e pressione e, quindi, di stress. Infine, emergono timori sulla sicurezza, la privacy e l’affidabilità dei sistemi di IA. L’automazione potrebbe esporre aziende e lavoratori a rischi informatici, errori decisionali e malfunzionamenti, compromettendo la qualità e la sicurezza del lavoro.
Transizione ecologica a scapito di quella sociale
Il 62% ritiene che l’importanza data alla sostenibilità ambientale stia facendo passare in secondo piano quella sociale (l’attenzione ai bisogni dei dipendenti). Il 34,4% ha paura che le proprie competenze diventino obsolete e oltre il 60% afferma che la propria azienda non investe in formazione su questo tema.
Su cosa dovrebbe impegnarsi di più il sindacato?
I cinque temi più urgenti secondo gli iscritti riguardano le condizioni salariali (80,4%), la salute e sicurezza (56,3%), l’equilibrio vita-lavoro (54,9%), l’orario e i turni (54,3%), il welfare e la contrattazione integrativa (39,1%).