
Ad organizzare la commemorazione sono state l’Anpi della Val Saviore con Cgil Cisl Uil e le rispettive categorie dei pensionati – Spi, Fnp, Uilp – e l’Unione dei Comuni della Val Saviore. A colorare la piazzetta dove il Comune aveva eretto il palco dei relatori, proprio accanto al monumento che sempre ricorderà il tragico episodio, c’erano i gonfaloni dei Comuni, i gagliardetti delle associazioni partigiane e le bandiere del sindacato, tantissime quelle della Cisl [nella sezione IMMAGINI del sito è disponibile una ricca galleria fotografica]
COSA ACCADDE QUEL GIORNO?
Il 3 Luglio di settant’anni fa si stavano preparando a Cevo i funerali del giovane partigiano Luigi Monella della 54esima Brigata Garibaldi, ucciso due giorni prima durante uno scontro a fuoco con il presidio fascista nei pressi della centrale di Isola. Nella sparatoria morirono anche tre militari, due rimasero feriti mentre gli altri si diedero alla fuga. La rappresaglia della Guardia Nazionale Repubblicana di stanza a Breno scattò proprio il giorno del funerale; l’intento era quello di sorprendere i partigiani che avevano raggiunto il paese per l’ultimo saluto al loro giovane compagno e liberarsi di loro una volta per tutte.
L’attacco. Alle 6 del mattino tre colonne fasciste salirono da Grevo, da Andrista e da Berzo-Monte: i partigiani che controllavano le strade di accesso al paese cercarono di fermarle. Dopo due ore di scontri i fascisti, più numerosi e meglio attrezzati, riuscirono ad avere la meglio. Entrati a Cevo iniziarono ad attaccare ogni casa con lanciafiamme e bombe incendiarie. Alcune camice nere, evidentemente bene informate, trovarono la casa dove era stata allestita la camera ardente del giovane partigiano ucciso: cosparsa di benzina la bara le appiccarono il fuoco.
I morti. Vennero uccisi il barbiere Giacomo Monella, la contadina Giacomina Biondi, lo scalpellino Francesco Biondi; un ragazzo di 19 anni, Cesare Monella, venne ammazzato dopo che si era arreso. Giovanni Scolari, un giovane di soli 18 anni, venne catturato, legato su una sedia, torturato, fucilato e gettato in una scarpata. Il corpo venne ritrovato dai suoi amici e seppellito nei giorni successivi; anche la sedia, malridotta e scheggiata dalle pallottole, venne ritrovata: oggi è conservata nel Museo della Resistenza della Val Saviore a testimonianza della crudeltà fascista. La sesta vittima fu Domenico Rodella, di Saviore, un uomo di cinquant’anni, invalido della prima guerra mondiale che venne torturato e ucciso perché denunciato da una spia come amico dei partigiani.
A Cevo, nell’incendio furono distrutte centocinquanta abitazioni. Alcune case furono incendiate anche a Saviore e molte furono depredate.
I DIVERSI MOMENTI DELLA COMMEMORAZIONE
Dopo la posa di una corona al monumento alla Resistenza e dopo aver ascoltato i ragazzi delle scuole medie leggere brani della Costituzione con particolare riferimento ai diritti dell’uomo e alla pace, il corteo ha raggiunto il sagrato della Chiesa dove era stato allestito il palco sul quale hanno preso posto le autorità e tre testimoni diretti della tragedia.
Il nuovo monumento. C’è stata poi la presentazione del nuovo monumento eretto a imperitura memoria dell’incendio di Cevo, costruito su due livelli. In alto, sopra un muro di pietrame che sembra una casa diroccata, le fiamme (in acciaio sagomato) e tra queste, in ferro annerito, quattro mani: il pugno serrato (segno dei Partigiani), l’indice puntato (a segnalare il pericolo che avanza), una mano aperta (che tenta di arrestare il nemico) e l’ultima ad artiglio (che esprime la rabbia e la preoccupazione). In basso, ricavato in un incavo del muro, il camino, caratteristico di una casa di montagna, con il paiolo appeso alla catena. In primo piano altre due mani (rivolte verso il cielo, imploranti). Sempre in primo piano la riproduzione in ferro della sedia (in equilibrio precario) sulla quale è stato fucilato il giovane martire.
Lavorare per la memoria. Hanno poi preso la parola il sindaco di Cevo, Marcello Citroni e l’assessore del Comune di Brescia Marco Fenaroli. “Come ha detto il Sindaco – ha esordito il relatore – anch’io voglio ricordare Lino Pedroni, una colonna dell’associazionismo partigiano recentemente scomparso, il quale ci spronava a continuare a lavorare sulla e per la memoria. L’incendio di Cevo non fu che uno dei momenti della strategia del terrore messa in atto dai nazifascisti con l’intento di allontanare le popolazioni dai partigiani. Dopo le rappresaglie, infatti, di solito i partigiani venivano allontanati dai paesi. A Cevo è avvenuto l’esatto contrario: a soli tre mesi dall’incendio partigiani e cittadini si ritrovarono in assemblea al “Pla lonc” per rilanciare la Resistenza”.

Sono stati infine consegnati ai familiari delle sei vittime, una pergamena ed un chiodo annodato realizzato in soli trenta esemplari dall’Associazione Fabbri di Bienno: “I chiodi – ha spiegato l’architetto che ha ideato il nuovo monumento e questo oggetto a ricordo del 70° – sono le uniche cose che rimangono dopo un incendio. Il nodo esprime, anche visivamente, la sofferenza che per la popolazione, in quei giorni è stata tanta”.
(testo elaborato da appunti di Gigi Mastaglia; fotografie di Silvano Sala e Gigi Mastaglia)

